A “Oltre lo specchio” si parla di cibo e città del futuro

Di Caterina Mortillaro

Mercoledì 5 giugno si è aperta a Milano la prima edizione di Oltre lo specchio, festival dell’immaginario fantastico e di fantascienza, che andrà avanti fino al 12 giugno e proporrà proiezioni in lingua originale con sottotitoli italiani, oltre a ospiti, panel e workshop dedicati alla più grande risorsa del genere umano: l’immaginazione.
I cinema Arcobaleno (Viale Tunisia 11) e Palestrina (Via G.P. da Palestrina 7), il MIC – Museo Interattivo del Cinema (Viale Fulvio Testi 121) e Film Tv Lab (Via S. Giovanni alla Paglia 9) ospiteranno tutti gli appuntamenti: 17 opere inedite e in anteprima in concorso, 11 titoli nelle sezioni collaterali e 26 cortometraggi provenienti da 25 paesi di 4 continenti, ai quali si affiancherà un ricco calendario di eventi collaterali.
Noi dei Bugiardino non potevamo mancare, anche se con un calendario così ricco è quasi impossibile essere presenti a tutte le iniziative.

Il 7 giugno, abbiamo deciso di cominciare con due tavole rotonde che si sono susseguite al MIC sui temi del cibo del futuro e della città del futuro.

Il cibo del futuro

Il primo incontro ha visto come protagonisti Elena Dogliotti (biologa nutrizionista e supervisore scientifico per Fondazione Umberto Veronesi) e Marco Annoni (bioeticista e supervisione etica per Fondazione Umberto Veronesi). La presentazione del tema, di sicuro interesse per tutti, amanti della fantascienza e non, è iniziata con la proiezione di un celebre spezzone di 2001. Odissea nello spazio (per approfondimenti sul film potete leggere l’articolo di Paolo S. Cavazza comparso sul Bugiardino): una hostess spaziale, dotata di speciali scarpe che le consentono di camminare a gravità zero, porta ai passeggeri la loro cena che consiste in preparati da assumere con la cannuccia. Una scena che introduce un tema caro alla fantascienza: che cosa mangeremo sulle astronavi?

Marco Annoni ed Elena Dogliotti a Oltre lo Specchio presso il MIC.

Ma, come ha fatto notare Marco Annoni, l’altro grande interrogativo, ben più pressante, è: come sfameremo una popolazione sempre più in crescita?

Significativo, a questo riguardo, lo spezzone proposto da Snowpiercer, un film del 2013 diretto dal regista sudcoreano Bong Joon-ho, tratto dalla graphic novel francese di fantascienza post apocalittica Le Transperceneige. Qui si ipotizza che i sopravvissuti a una cataclisma mondiale vivano su un treno sempre in movimento in cui coloro che stanno alla testa del treno, in prima classe, vivono in un ambiente gradevole caratterizzato da un delicato ecosistema e possono consumare cibi freschi, mentre i passeggeri di terza classe si nutrono di barrette proteiche a base di insetti. Una prospettiva non troppo lontana. E che disgusta forse noi occidentali, ma è del tutto accettabile per altri popoli abituati a consumarne da sempre.

Una scena da Snowpiercer, proiettata al MIC, Oltre lo specchio

Altra questione affrontata, in linea con la battaglia di Umberto Veronesi per la diffusione del vegetarianesimo, è stata quella del consumo di carne, della sofferenza degli animali e delle proteine che si possono sostituire a quelle animali.

Il futuro delle città

Alle 19:30 si è tenuto, invece, l’incontro “Il futuro delle città tra progettazione urbana e immaginazione” con la partecipazione di Giorgio De Michelis (Università Milano Bicocca), Emanuele Genovesi (Material Connexion), Francesco Morace (Future Concept Lab).

Emanuele Genovesi, Giorgio De Michelis e Francesco Morace al MIC per Oltre lo specchio

Fin dalle prime battute la discussione ha preso un’interessante piega sociologica, che ha visto l’opposizione, a tratti accesa, tra i tre relatori. Il prof. De Michelis, basandosi sullo scrittore e filosofo Michel Serres, da poco scomparso, sosteneva che la rivoluzione digitale non interessa tanto la produzione quanto le modalità di interazione tra le persone e l’accesso al sapere. Sarebbe la terza rivoluzione dopo l’invenzione della scrittura e della stampa e stravolgerebbe radicalmente i rapporti tra esseri umani. Di conseguenza, dobbiamo immaginare città in cui Pollicina (emblema della nuova generazione che digita coi pollici) deve trovare nuove modalità d’incontro poiché gli abitanti sonovicini spazialmente ma isolati. Anche le modalità di apprendimento mutano, con giovani nativi digitali che sentono sempre meno il bisogno di scuole e maestri, perché accedono direttamente alla conoscenza.

Di diverso avviso Francesco Morace, che ha evidenziato come le nuove città, prima tra tutte Milano, siano sempre più spazi domestici. Realtà lavorative multifunzionali, aree verdi, orti urbani, frotte di biciclette rendono la tecnologia sempre più invisibile mentre le persone trovano nuove modalità di aggregazione. Niente di più lontano dalle città distopiche, dove gli esseri umani vivono in cottage digitali che li isolano. Anzi, il digitale porta a un’estroversione, anche se spesso narcisistica.

Una visione del tutto in contrasto con la precedente. E che, come ha fatto notate De Michelis, riguarda una minuscola parte del mondo: l’occidente avanzato.

Emanuele Genovesi si è trovato parzialmente d’accordo con entrambi, soprattutto per quanto concerne l’assenza di scenari distopici popolati da enormi schermi pubblicitari, auto a levitazione e la presenza incombente nel privato delle AI. La sensoristica, che si immaginava avrebbe trasformato le nostre abitazioni, è presente, invece, negli spazi pubblici. Tuttavia, la smartcity è invisibile. Interessanti anche le sue considerazioni su quelli che ha chiamato “i futuri dei passati”, ovvero l’immaginario che si aveva nelle varie epoche della città futura.

Più desolante la riflessione sulla semplificazione del sapere, diretta e paradossale conseguenza dell’enorme quantità di dati disponibili. Che ci aspetti, come dicono alcuni, un governo militare, più facile da comprendere per le masse di un governo politico?

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