DRACULA tra dizione e/o scurità. Ovvero: dal buio alla parola

Di Lelio Naccari

All’interno della stagione 2019/20 del Teatro Vittorio Emanuele, a Messina, è andato in scena dal 6 all’8 dicembre “Dracula”, adattato dal romanzo di Bram Stoker da Carla Cavalluzzi e Sergio Rubini per la regia di quest’ultimo; in scena lo stesso Rubini, Luigi Lo Cascio, Lorenzo Lavia, Roberto Salemi, Geno Diana e Alice Bertini.

Uno spettacolo sulla narrazione, sul viaggio, sul potere stesso delle parole. Un canto alla magia oscura, al sortilegio, al lato buio dell’essere umano o se vogliamo della realtà, che qui si fonde con l’esoterico e il divino. Una realtà che mai si coglie oggettivamente ma è frutto della nostra interpretazione, e può generare mostri.

Non detto e colpa

Il procuratore Jonathan Harker, protagonista della nostra storia, inizia riscoprendo le carte di un diario angoscioso che racconta le origini della sciagura stessa. Gravato dal fardello di questo segreto, di cui vorrebbe più o meno inconsciamente liberarsi, decide di affidare il diario alla moglie, imponendole però di non leggerlo. Ovviamente così non sarà. È questo il motore di un’escalation psichica che unitamente al potere arcano delle forze oscure condurrà i protagonisti a dover affrontare proprio il demoniaco presente in se stessi.

Il giovane avvocato, inviato dal suo capo in Transilvania, al castello del conte Vlad sarà proprio il responsabile dell’arrivo dello stesso conte all’ombra, o se vogliamo a Londra, esattamente come suo dirimpettaio, vendendogli egli personalmente la casa in cui andrà a vivere. C’è quindi un atto commerciale, economico, d’interesse, all’origine dei penosi fatti a seguire (che evitiamo qui di anticipare anche se il Dracula di Bram Stoker non è esattamente una storia fresca di stampa), e forse è appunto questo elemento a determinare tanta angoscia.

Il fascino del male

Una componente costante dell’apparizione delle forze demoniache è la loro capacità di seduzione. Le vittime, se pur raggelate dal terrore, non possono essere considerate del tutto vittime, perché si gettano a braccia aperte tra le grinfie dei loro carnefici, come mosche attratte dal miele, o falene da una luce. Insomma vi è nel male un che di seduttivo, che negli estremi fa coincidere il nero con il bianco, la morte e l’asservimento con l’assoluta libertà.

Il succhia-sangue è in qualche modo emblema stesso della seduzione e non a caso su questo aspetto si è fatto leva in passato affidando tale personaggio ad attori (e attrici) anche dotati di un certo sex-appeal. La storia infatti, da un punto di vista, può anche essere considerata una metafora del concedersi e lasciarsi contaminare al prezzo della propria sicurezza psichica e sociale. In Dracula è l’avventura stessa che parla, il fascino del mistero, dello sconosciuto. 

“Grandi sono le soddisfazioni di una vita laboriosa, agiata e tranquilla, ma ancora più grande è l’attrazione dell’abisso.” Dino Buzzati

C’è chi il proprio Dracula interiore non lo incontra mai, preferendo relegarlo ad apparizione sullo sfondo della propria coscienza. In un senso, gettarci fra le braccia della tenebra ha il potere di farci soffrire del suo morso e del decadimento della nostra natura materiale, ma anche quello di esorcizzare il male stesso costringendoci a un lavoro iniziatico. Trasmutare il piombo in oro, grazie al fatto di guardare e riconoscere la nostra parte più profonda e oscura, che prima era soltanto latente e gelida sensazione proiettata della presenza di qualcuno o qualcosa “d’altro”.

Il vampiro, uomo, entità orrorifica, vittima egli stesso di una maledizione è in qualche misura custode di un segreto della vita (eterna gioventù), che si occupa suo malgrado di tramandare attraverso se stesso e le sue pratiche poco spartane, di generazione in generazione. Il vampiro è, pure, il teatro stesso; è, come si cita all’inizio dello spettacolo, un Amleto, un viveur, mostro ormai defunto o forse mai nato, che pur vive ugualmente nel mondo dei vivi o perlomeno appare, spesso avvolto dalle nebbie e freddo come un vento, a volte improvviso e agghiacciante come una porta che si spalanca nella notte. A ogni modo non sai mai quando potrà sorprenderti. È alto, grande, antico, ha un piede qui e uno di là, e parla una lingua spesso sconosciuta.

La reazione del pubblico

Uno spettacolo che potrebbe correrebbe il rischio di esser detto poco attuale, se non fosse per il potenziale sempre evocativo delle forze del male e per l’idea di portare l’horror tra i confini spesso sicuri del teatro di prosa. Lo sfondo nel quale ha luogo la messa in scena è quello odierno del teatro cittadino e le atmosfere cupe, unitamente a qualche scena che allude un po’ più al cruento, fanno inorridire, almeno a parole, una delle signore alle mie spalle, che minaccia persino di abbandonare la sala, senza però poi farlo. Un uomo invece, più avanti sulla destra, ha un malore, e i soccorsi devono intervenire, ma in realtà le luci si sono appena spente e lo spettacolo sta per iniziare. Suggestione, potere delle forze del male o aveva mangiato pesante? Ai poster l’ardua sentenza.

Esiste vita durante la morte? A quanto pare sì, e anche movimentata

La narrazione lascerebbe trapelare en passant anche una riflessione sull’eutanasia, essendoci un momento in cui uno dei protagonisti chiede a un caro di essere eliminato quando il suo corpo, ormai contaminato dal sangue del famigerato conte, inizierà a deperire e decomporsi. Naturalmente questa libera scelta non è vista di buon occhio, scatenando reazioni di attaccamento e paure di abbandono. Semplicemente, non si vuol perdere chi si ama anche quando il suo andare via rappresenterebbe un’opzione scelta in modo consapevole, preferibile al prolungamento di una sofferenza. Qui l’accanimento terapeutico si trasforma però in un accanimento verso il “povero” vampiro ritenuto il responsabile del tutto (Abbiamo un conte in sospeso) e che dovrà essere eliminato come la tradizione vuole (Old but gold), perché il viaggio peggiore sia risparmiato alle sue vittime. Alcuni casi di NDE (Near Death Experience) mostrano come, in contrapposizione alla perdita delle capacità corporee e al possibile aumento della sofferenza fisica, mentalmente e spiritualmente possa invece esserci un aumento della lucidità fino a raggiungere quasi un’“illuminazione” subito prima dell’abbandono del corpo. Accade quindi più spesso che da umani riusciamo a essere pronti ad andarcene perché vediamo le cose a 360°, piuttosto che a “lasciar andare” qualcuno cui teniamo molto.

Un plauso particolare alla scenografia di Gregorio Botta e alle luci di Tommaso Toscano, che tra chiaroscuri ed elementi mobili creano la possibilità dei personaggi di abitare anche luoghi distanti fra loro nel tempo e nello spazio, in un continuum che ha molto di filmico, e si giova della recitazione puntuale degli attori, i quali portano in vita le pagine del romanzo con un’interpretazione definita e rotonda, potenzialmente capace di rendere l’idea anche solo all’ascolto. Merito in questo ha anche l’abile intrecciarsi tra le parole e le suggestive musiche di Giuseppe Vadalà.

Vampiri esistenziali – Vampiri e società

Che cos’è un vampiro nella nostra vita? Vampiro è colui o colei, o anche una situazione, che ci porta via qualcosa di vitale di noi stessi, spesso entusiasmo o energia, costringendoci a un depauperamento interiore, a un invecchiamento precoce. Il sistema, persona o struttura che sia, si giova del nostro contributo in termini di “sangue” mentre a noi resta solo un po’ più di vuoto. Ma perché tutto questo ha effetto? Principalmente perché siamo noi a volerlo, ne abbiamo in cambio qualcosa di materiale o egoico (simbolizzato dalla componente seduttiva del vampiro), cui però per qualche ragione abbiamo imparato ad attribuire un valore. Può essere un guadagno in denaro, status, potere, anche semplicemente una lusinga, qualcosa che risulti in un appagamento per il nostro ego. Molti vampiri sono persone che ci contaminano coi loro malanni e malumori ma ci fanno al contempo sentire migliori di loro, di essere quelli che aiutano, che servono a qualcosa, o in maniera più o meno diretta fanno in modo di compiacerci. Sta a noi quindi liberarci dai vampiri dell’animo o meglio diventare consapevoli di quanti e quali siano davvero gli appigli e i tasti che vanno a toccare in noi, perché non c’è nessuno che possa toglierci qualcosa cui non teniamo eccessivamente. Sono quindi colpevoli solo di rendere evidente il sintomo di un disagio già presente in precedenza, e in tal senso ci sono complici e amici, incarnando come Giuda la funzione psichica necessaria affinché l’ascesa si compia.

In tal senso anche il nostro lavoro e la nostra stessa vita, fatta di meccanismi e abitudini ripetute può essere considerata un vampiro, quando ci rifiutiamo di abbandonare i vecchi usi e costumi per un vantaggio di sicurezza, anche se la casa del nostro cuore si è fatta ormai stretta, evitiamo così di correre il rischio di passare dal noto all’ignoto, dal vivere per finta al farlo davvero, magari al prezzo di lasciare qua e là qualche traccia di sangue.

www.teatrovittorioemanuele.it

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