La Sagra della Bufala Lunare

Di Paolo S. Cavazza

Ormai possiamo archiviare il cinquantesimo anniversario dell’Apollo 11, lo storico primo allunaggio. Sarebbe bello poter archiviare anche tutta la variopinta fauna dei negazionisti, dei complottisti e dei (rari) terrapiattisti che ha vissuto giornate campali, imperversando come uno sciame di cavallette sui social network.

La quantità e la virulenza degli attacchi di questi personaggi hanno stupito anche me, che pure sono abituato e leggere certe forme di delirio più o meno organizzato nei commenti alle pagine Facebook della NASA. Non mi aspettavo che perfino i post di una società come la Zeiss, che rievoca il suo ruolo come fornitrice degli obiettivi fotografici usati sulla Luna, venissero subissati di insulti entro pochi minuti dalla pubblicazione, scatenando discussioni che in un caso stanno andando avanti da più di due settimane.

In breve ci si rende conto che le argomentazioni sono ripetitive. Perché non ci siamo tornati in cinquant’anni? (L’ho spiegato almeno venti volte). E poi le stelle, la bandiera, le ombre, le pellicole esposte al freddo o al caldo, le fasce di Van Allen (spesso storpiate in fasce di Van Halen, facendo così pensare ad accessori per strumenti musicali firmati dal celebre chitarrista). Qualcuno azzarda anche fantasiose teorie fisiche pre-galileiane. Se si obbietta che è tutto documentato, tutto facilmente spiegabile, si viene apostrofati chiamando in causa la democrazia, la libertà di opinione, la massoneria, e per fortuna raramente si arriva agli Illuminati e ai Rettiliani che controllano segretamente i governi. Ma come mai tante persone parlano con tanta sicurezza, e spesso con arroganza, di cose che non conoscono e non capiscono? Chi li ha imbeccati?

Mazzucco: un abile manipolatore

In Italia il principale responsabile di questo fenomeno non è qualche complottista anonimo, e nemmeno una piccola rete di negazionisti-fai-te armati di video taroccati e vignette malamente tradotte da un inglese già zoppicante: ha un nome e cognome. Massimo Mazzucco.

Mazzucco, da parecchi anni sostenitore di tutte le teorie complottiste più à la page, è l’autore di un documentario intitolato American Moon, che grazie a un abile battage pubblicitario ha venduto un buon numero di copie in DVD dall’epoca della sua pubblicazione nel 2017, ed è stato reso visibile integralmente su YouTube nei giorni precedenti al cinquantenario dell’Apollo 11. Si tratta di una abilissima opera di manipolazione della realtà storica in puro spirito goebbelsiano. Di lunghezza estenuante (tre ore e venti minuti) usa tutti i trucchi più consolidati della propaganda e induce nello spettatore sensazioni variabili dallo stupore ipnotico a un tedio mortale, a seconda del suo senso critico e del suo livello di competenza.

A sinistra, Buzz Aldrin fotografato da Neil Armstrong sulla Luna, 1969. A destra, Peter Lindbergh al lavoro in studio per il Calendario Pirelli, 2017.

Nel video ci sono dei momenti di umorismo involontario che raggiungono vette di stupidità addirittura sublime, come nella presentazione degli esperti di fotografia che dovrebbero dimostrare la falsità delle foto scattate da Neil Armstrong (e altri undici astronauti) sulla Luna. Aldo Fallai è stato per anni il fotografo delle campagne pubblicitarie di Giorgio Armani; Peter Lindbergh per ben tre volte è stato il fotografo del celebre calendario Pirelli… e così via. Come se fotografare modelle seminude davanti a un fondale di stoffa fornisse una competenza specifica per valutare le immagini di astronauti in tuta spaziale sullo sfondo dell’aspro paesaggio lunare. Mazzucco mostra ai fotografi delle stampe ad alto contrasto delle immagini più note, e in qualche caso dei montaggi di più immagini, anziché usare le scansioni delle pellicole originali che da tempo sono disponibili in rete negli album del Project Apollo Archive su Flickr. In questo modo estorce dei commenti sull’apparente illuminazione irregolare delle immagini per “dimostrare” che sono state fatte in studio. 

Tra mezze verità e autentiche assurdità

Mazzucco snocciola a ritmo serrato mezze verità e autentiche assurdità, mescolandole in modo che solo persone con particolari competenze possano distinguerle. Un caso che mi è balzato all’occhio è quello in cui l’autore sostiene che le riprese delle ultime missioni Apollo, dove si vedono delle montagne all’orizzonte, sono state fatte in studio mediante il sistema di proiezione frontale usato da Stanley Kubrick in 2001 Odissea nello Spazio. Qui ci sono due sciocchezze: una riguarda la pretesa “linea continua dell’orizzonte” visibile in molte immagini, e che Mazzucco spiega a modo suo con un grafico, ignorando il fatto che, ad altezza di astronauta, l’orizzonte lunare è lontano appena un chilometro e mezzo. La seconda è ancora più grossa: il sistema usato da Kubrick, che si basava su un proiettore coassiale all’obiettivo della macchina da presa, non può funzionare in presenza di oggetti riflettenti come specchi (i visori dorati delle tute spaziali) perché il trucco sarebbe immediatamente visibile. Mazzucco presenta alcune scene da 2001 girate con quella tecnica, ma evita accuratamente di mostrare quella che rivela la proiezione frontale: la celebre immagine del leopardo con gli occhi luminosi.

Gli occhi luminosi del leopardo in 2001 Odissea nello Spazio rivelano la tecnica di proiezione frontale usata da Stanley Kubrick per la sequenza iniziale del film.

Lo scrivente ha tenuto una conferenza su 2001 l’anno scorso al Mufant di Torino, quindi è a conoscenza di questa tecnica e delle difficoltà che aveva comportato. Ma quanti spettatori ignari avranno preso per buona la strampalata “spiegazione” di Mazzucco?

Il regista usa di continuo trucchi da prestigiatore, cercando di attirare l’attenzione su un dettaglio, senza rendersi conto che altri, come il movimento della polvere lunare, dimostrano il contrario di quello che dice la voce suadente dello speaker sullo sfondo di una accattivante colonna sonora. Un caso palese è il tentativo di mostrare che la polvere sollevata dalle ruote delle Lunar Rover rimane sospesa in aria: qui Mazzucco usa il banalissimo trucco del fermo immagine. In effetti quella sequenza dimostra che le riprese sono state realmente filmate nel vuoto a gravità ridotta, ed è una prova decisiva del fatto che le Apollo 15, 16 e 17 sono arrivate davvero sulla Luna.

A sinistra, scansione del fotogramma originale su pellicola Kodak da 70mm; a destra, versione riquadrata e modificata nel contrasto per evidenziare l’astronauta. Questa immagine viene spesso usata per “dimostrare” che l’illuminazione non veniva dal sole e che il celebre ritratto di Buzz Aldrin è stato realizzato in studio.

Fra tante sciocchezze e mezze verità, Mazzucco ne dice una giusta: è corretto che le stelle non si vedano nelle foto scattate di giorno sulla Luna. Ma è praticamente l’unica cosa condivisibile in tre ore e venti minuti di una zuppa talmente indigesta che richiederebbe tre giorni per essere smentita punto per punto. In fondo, è questa la forza del complottista: spararle grosse, spararne tante, in modo che quelli che lui chiama debunkers non possano rispondere a tutte. Uno degli aspetti più odiosi del “documentario” è il tentativo di trasformare Paolo Attivissimo nel nemico della verità che viene così luminosamente svelata dal Mazzucco.   

Fenomeno folkloristico, chiacchiere da bar o strategia?

Ma, ci si può chiedere, qual è lo scopo di questa operazione, oltre a quello di guadagnare un po’ di soldi alle spalle di ignoranti e sprovveduti? E perché tante persone sono ansiose di intervenire, al punto di rendersi ridicole scrivendo su siti pubblici e sfidando il giudizio di persone esperte come me, o molto più di me? Sindrome di Dunning-Kruger o sindrome bipolare? In alcuni casi la domanda mi è parsa legittima.

Si potrebbe considerare il tutto come un fenomeno folkloristico, come la versione social dei discorsi da bar dietro l’angolo. Ma temo che non sia così semplice e innocuo, e ne ho avuto conferma da taluni dei commenti più articolati che ho letto. Mazzucco e altri sono l’avanguardia di un sistematico discredito della scienza e della cultura storica, il quale sta cominciando a dare frutti sociali e politici che ormai sono sotto gli occhi di tutti. Facendo passare per falso l’evento meglio documentato della storia umana, facendo sembrare un inganno su scala mondiale il lavoro di 400.000 persone nell’industria e nelle università, si attua una forma molto insidiosa di damnatio memoriae. Nel vuoto culturale che si apre si può riscrivere a piacimento la storia secondo una verità alternativa. Si può giocare all’infinito sulla contrapposizione fra Noi (che abbiamo studiato all’Università della Strada) e Loro (che, orrore, sono andati a scuola a farsi indottrinare dalla Scienza Ufficiale, una cospirazione giudaico-massonica che secondo alcuni risale all’epoca di Eratostene).

Quindici anni fa, all’epoca dei forum dei giornali, prima di Facebook, già invitavo i lettori a diffidare “della grande industria della disinformazione e del piccolo artigianato della controinformazione”. Ora il piccolo artigianato sta diventando a sua volta una grande industria, pronta a offrire i suoi servizi ai migliori offerenti.

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