Liu Bolin. Visibile invisibile in mostra al Mudec di Milano

Liu Bolin

Di Judith Maffeis Sala.

Liu Bolin, Visible invisible, mimetizzarsi per diventare cosa tra le cose.

Liu Bolin, il performer cinese della fotografia mimetica è ospite al MUDEC PHOTO, con la mostra LIU BOLIN, Visible invisible, in corso sino al 15 settembre 2019.

Liu Bolin

In rassegna, circa cinquanta opere, tra cui un inedito della Pietà Rondanini, scattato al Castello Sforzesco di Milano e la fotografia della Sala di Caravaggio (mai esposta prima) realizzata nel 2019 alla Galleria Borghese di Roma, oltre all’immagine scattata al Mudec  tra i reperti della collezione permanente del museo.

Liu Bolin: Pietà Rondanini

Liu Bolin: la fotografia come testimonianza del malessere sociale

Liu Bolin è nato nel 1973 a Shadon, in Cina. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Pechino, poi si è unito ad un gruppo di artisti di spicco che hanno reagito alla Rivoluzione Culturale della Cina, impegnandosi per fare del loro lavoro il metodo più efficace per parlare al mondo delle preoccupazioni e delle lotte sociali presenti nel loro paese.

E’ questo il messaggio che Liu Bolin  invia a chi lo osserva: con i suoi autoritratti fotografici, caratterizzati dalla fusione del corpo con l’area circostante, attraverso un accurato body-painting, riesce a mimetizzarsi  con l’immagine da lui specificatamente scelta,  per parlare dei grandi problemi che affliggono la società contemporanea, siano essi relativi alla sfera politica o a quella sociale.

Le sue immagini sono decisamente provocatorie ed efficaci.

Liu Bolin: Memory Day

E’ considerato uno degli artisti più fantasiosi e coinvolgenti di tutti i tempi perché sa spingersi oltre i confini dell’arte, in grado di sollevare domande sulla visibilità, l’occultamento, il consumismo e l’ecosistema.

Liu vuole anche parlare delle prime photo-performance, la serie Hinding in the City: “Era il 16 novembre 2005, quando l’Amministrazione di Pechino decise di abbattere il quartiere di Suojia Village, in cui si trovava il mio studio. Così decisi di protestare e mi feci fotografare mimetizzato con le macerie del mio studio, raso al suolo, allo scopo di attirare più attenzione sulle condizioni della vita degli artisti come me“. Come se si volesse avvertire il mondo che se si distrugge un luogo d’arte, l’artista muore insieme a lui.

Ma Liu Bolin non è morto, anzi, è attivissimo.  La domanda è se si tratta di una provocazione, ma l’artista sottolinea che voleva semplicemente far incontrare due mondi opposti in uno stesso luogo.

Da quel momento in poi, Liu Bolin ha impiegato il suo tempo alla ricerca di location, o “fondali” come precisa lui, in tutti i luoghi del mondo che lo aiutassero a mettere in scena le sue installazioni performative. Il suo lavoro è stato esposto nei più prestigiosi musei, tra cui il Louvre, in Italia anche nel 2010, nel  2012 a Roma, nel 2014 a Verona, nel 2017 a Palermo e nel 2011 a Londra, poi ancora nel 2018 di nuovo a Roma e nel dicembre 2018 ha esposto anche ad Art Basel.

In diverse interviste gli è stato anche chiesto: “C’è un’attrazione tra moda e arte?” – Liu ha risposto: “Gran parte del mio lavoro si concentra sull’ambiente e sul cambiamento climatico e, con il supporto di Moncler, ho avuto la bellissima occasione di girare e filmare su un iceberg in Islanda, con attori che indossavano i loro abiti, collaborando con la fotografa Annie Leibowitz per la campagna “Primavera/Estate 2017”.

In mostra al Mudec anche le fotografie del ciclo Shelves Scaffali, di fronte a lunghe distese di scaffali di supermercati, colmi di beni di largo consumo, luoghi banali e tipici della nostra quotidianità. Liu Bolin “scompare” tra scatolame e verdure, evocando un’immagine forte, ossessiva e totalizzante, come lo è il nostro bisogno consumistico in cui prodotto e consumatore finiscono per identificarsi e annullarsi.

Liu Bolin: Scaffali, una foto

Tra le fotografie più celebri, anche il ciclo Migrants, tema particolarmente caro al Mudec, dove Liu Bolin ha coinvolto altri performers , ovvero dei rifugiati ospiti di alcuni Centri di Accoglienza in Sicilia. In questo caso, l’identificazione con lo sfondo lascia posto alla “spersonalizzazione” dell’io di un popolo, che non ha più volto se non quello della disperazione umana e della denuncia sociale.

Liu Bolin: The hope

In mostra, infine, anche l’abito dipinto usato per la realizzazione dello scatto nei depositi del Mudec e i video documentali.

Per informazioni: http://www.mudec.it/ita/

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