World Press Photo Exhibition 2019: Fotografare la distopia del reale

Di Caterina Mortillaro

La Fondazione Sozzani presenta a Milano per il 25° anno consecutivo il World Press Photo, uno dei più prestigiosi premi di fotogiornalismo. Una mostra che non può lasciare indifferenti per il suo impatto per certi versi scioccante.

Le categorie coprono molti temi della fotografia giornalistica: Attualità (Contemporary Issues), Ambiente (Environment), Notizie Generali (General News),Progetti a Lungo Termine (Long-­Term Projects), Natura (Nature), Ritratti (Portraits), Sport, Spot News.

La scelta del vincitore è già di per sé un manifesto programmatico per il suo significato: il prestigioso premio World Press Photo of the Year 2019, infatti, è stato assegnato al fotografo John Moore (Stati Uniti), nella categoria “Spot News” per la foto della bambina honduregna che piange ai piedi della madre fermata dalla polizia di frontiera tra Messico e Stati Uniti.

A two-year-old Honduran asylum seeker cries as her mother is searched and detained near the U.S.-Mexico border on June 12, 2018 in McAllen, Texas. They had rafted across the Rio Grande from Mexico and were detained by U.S. Border Patrol agents before being sent to a processing center. The following week the Trump administration, under pressure from the public and lawmakers, ended its contraversial policy of separating immigrant children from their parents at the U.S.-Mexico border. Although the child and her mother remained together, they were sent to a series of detention facilities before being released weeks later, pending a future asylum hearing.

Un’immagine forte, come del resto lo sono quasi tutte quelle premiate. Con rare eccezioni, relative ad alcune fotografie naturalistiche e ad alcune di carattere squisitamente antropologico, questi scatti si offrono agli occhi, alla mente e al cuore del visitatore come messaggi polisemici, capaci di illuminare gli angoli sovente oscuri di questo mondo che somiglia, purtroppo, ogni giorno di più a una distopia, partorita dalla mente fervida di qualche fantascientista visionario.

Attraverso quello che Roland Barthes chiamava “ancoraggio”, ovvero la modalità con la quale la didascalia chiarisce il senso altrimenti vago e molteplice dell’immagine, esse ci raccontano storie così dure, crude, che invitano a una seria riflessione sul presente e sul futuro.

I deboli e le vittime: veri protagonisti della World Press Photo Exhibition

Protagonisti e vittime sono in molti casi i deboli.

Grande peso hanno i bambini: quelli non ancora nati delle donne guerrigliere, quelli che migrano verso una speranza spesso disattesa, quelli intrappolati in una realtà che non hanno scelto e che segnerà la loro vita.

Desolante, ad esempio, l’immagine di Marco Gualazzini, finalista nella categoria “Ambiente” con un reportage sulla crisi umanitaria del bacino del Ciad: un ragazzino, orfano, cammina sullo sfondo di un muro ricoperto di disegni che raffigurano armi, a simboleggiare il pericolo che corre di essere arruolato nelle fila dei fondamentalisti. Ma sono vittime di questa distopia anche i bambini-soldato dell’occidente ricco, cui viene messo in mano un fucile perché imparino il patriottismo da un lato e l’odio dall’altro (è il caso della “storia” raccontata da Sarah Blesener intitolata “Il richiamo a casa”).

Bol, Chad, 13th October 2018. Orphaned children, mainly Nigerian refugees, live together as a group in the Koran schools. During the day, they go begging and are known as Almajiri. These children, who live in the Lake Chad basin, are growing up in a constant situation of war, and all they’ve ever known is the weapons and deaths they draw on the walls of the city. Almajiri is gotten from an Arabic word “Al-Muhajirun” which can be translated to mean a person who leaves his home in search of Islamic knowledge. A severe humanitarian crisis is under way in the Lake Chad basin. Over two million refugees, five million people at risk of food insecurity and 500,000 children suffering from acute malnutrition. Lake Chad has fallen victim to the process of desertification that is threatening the very existence of the peoples who live on its banks and the ecosystem of its waters. Once the fourth-largest lake in Africa, since the 1950s its surface has shrunk by 90%.

Altre protagoniste sono le donne che si sono spogliate delle loro presunta debolezza per farsi strada ora a pugni, ora con le armi, ora con la forza dell’arte. A tale riguardo sono significativi gli scatti di Catalina Martin-­Chico (Francia /Spagna) nella categoria “Contemporary Issues”,  dove è immortalata un’ex combattente delle FARC incinta dopo lo scioglimento del gruppo, e Brent Stirton (Sudafrica), nella categoria “Ambiente” con la foto di una donna dell’unità antibracconaggio nel Parco naturale Phundundu in Zimbabwe.

PHUNDUNDU WILDLIFE AREA, ZIMBABWE, JUNE 2018: Petronella Chigumbura, 30, an elite member of the all female conservation ranger force known as Akashinga undergoes sniper movement and concealment training in the bush near their base. Akashinga (meaning the ‘Brave Ones’ in local dialect) is a community-driven conservation model, empowering disadvantaged women to restore and manage a network of wilderness areas as an alternative to trophy hunting. Many current western-conceived solutions to conserve wilderness areas struggle to gain traction across the African continent. Predominately male forces are hampered by ongoing corruption, nepotism, drunkenness, aggressiveness towards local communities and a sense of entitlement. The I.A.P.F, the International Anti-Poaching Foundation led by former Australian Special Forces soldier Damien Mander, was created as a direct action conservation organisation to be used as a surgical instrument in targeting wildlife crime. In 2017 they decided to innovate, using an all- female team to manage an entire nature reserve in Zimbabwe. The program builds an alternative approach to the militarized paradigm of ‘fortress conservation’ which defends colonial boundaries between nature and humans. While still trained to deal with any situation they may face, the team has a community-driven interpersonal focus, working with rather than against the local population for the long-term benefits of their own communities and nature.

Tra guerra e disastro ecologico: la Terra che soffre

Il tema della sofferenza a causa della guerra e delle ferite all’ambiente campeggia quasi ovunque.

In numerose fotografie compaiono il sangue, i massacri, ma anche la solitudine del soldato ferito nello spirito e nel corpo. Come non ricordare le parole di Ungaretti, di fronte alla foto di Enayat Asasi: “Un’intera nottata / buttato vicino/ a un compagno/ massacrato/ con la sua bocca/ digrignata/ volta al plenilunio/ con la congestione/ delle sue mani/ penetrata/ nel mio silenzio (…)”

July 27, 2018 Iran, Sistan and Baluchistan province. Afghan refugees are waiting to riding on the wagon in the eastern border of Iran. One of the immigrants is comforting his companion. More than 5000 Afghan and Pakistani refugee try to pass the eastern Iranian border to go to a place far from their homeland. They will stay at Iran or will go to turkey and Greece.

Debole e bistrattata, vittima per eccellenza, è poi la Terra coperta di rifiuti, martoriata. Gli animali che subiscono ogni sorta di crudeltà ti guardano impotenti da dentro le immagini come le rane che cercano di risalire in superficie con le zampe posteriori mozzate mentre ancora sono vive.

Una mostra, quindi, che va ben oltre l’esperienza estetica e visiva, sebbene sia palese la perizia dei fotografi premiati. Un viaggio, piuttosto, nella distopia del reale attraverso imagini mute, ma capaci di gridare in modo assordante.

E che confermano come il fotogiornalismo “debba” sempre più produrre immagini shock per farsi largo fra la marea di immagini in cui viviamo. Ci auguriamo, quindi, che questi scatti abbiano un impatto su chi guarda e non si perdano in questi flutti insidiosi, che omologano e manipolano tutto, anche le coscienze.

http://fondazionesozzani.org/it

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